COMMUNITY OLTRE LA MODA

Ormai tutto è community, e le community sono ovunque.

Con il fallimento delle politiche tradizionale di business online l’attenzione si volge alle realtà che sostengono di mettere al centro dei loro “algoritmi umani” gli elementi che legano persone che condividono luoghi reali o virtuali, per il semplice fatto di essere tutti insieme, tutti lì. Chiamano community ogni assembramento, anche temporaneo, dal corteo funebre alla coda alle poste.

Fanno cose insieme, e quindi sono vincenti, perché in tanti si vince.

Una community non è, però, una variante dell’antico adagio “l’unione fa la forza”.

Quello si può applicare benissimo ai condannati ai lavori forzati, ai rematori delle galere romane, alle formiche che sollevano insieme, con sforzo mirabile, la carcassa di qualche peloso insetto defunto.

Una community non è nemmeno una “squadra”, altra metafora largamente usata, non raramente a sproposito: una squadra ha un obiettivo chiaro, regole condivise, ruoli fissi. A nessuno interessa quanto i compagni di squadra si stimino o rispettino, quanto siano “amici” fuori dal campo, l’importante è che nel momento della prestazione siano in grado di cooperare per raggiungere un risultato.

Una community non sono solo persone. E’ un luogo, popolato e modellato dalle persone, in cui chi entra trova, in sequenza, tre elementi, e decide di restare.

1 – AFFINITA’

Non esiste una community di uguali (forse solo i Minion, e i termitai, che poi se vai bene a vedere mica sono uguali, in nessuno dei due casi). Ma non esiste community senza affinità tra le persone. Affinità negli scopi, nella visione, nei metodi; chi entra deve ritrovare, negli altri, qualcosa che gli parli di sè, e pure qualcosa di fondamentale, di profondo, capace di fare abbassare le difese, e far crescere la voglia di approfondire, di chiedersi: “Cosa fanno qui, che mi suona così familiare?”

2 – ADESIONE

Se l’affinità fa rallentare il passo, l’adesione lo arresta.

Approfondite le ragioni per cui sentivamo una familiarità, un’assonanza, scopriamo cosa fanno le persone, qual è il loro obiettivo. Lo confrontiamo con quelli che già abbiamo, e vediamo che coincide, o decidiamo comunque di farlo nostro. L’adesione è da intendersi nel senso delle figurine: ci appiccichiamo alla fotografia che abbiamo visto, perché vogliamo farne parte. E quel che abbiamo visto si appiccica a noi. Da lì in poi abbiamo un obiettivo condiviso, e stiamo “facendo qualcosa insieme”.

3 – APPARTENENZA

Solo da qui si può davvero parlare di community. I partecipanti sentono di appartenere a quel luogo, che c’è uno spazio “a forma di loro”. Si sono prima incuriositi, per l’affinità, poi fermati, con l’adesione. Ora decidono di restare, e sanno perché lo fanno – non per qualcosa che hanno, o sperano di avere, ma prima per qualcosa che sono, o lavorano per essere: lo fanno perché sentono che questo è il loro posto. Sono protetti, sono in armonia con il modo in cui le persone intorno a loro considerano lo stare al mondo, le priorità che si danno, le strategie e le tecniche che scelgono per mettere a terra il risultato delle loro riflessioni. E perché sentono un senso di responsabilità reciproca, come i guerrieri spartani che in battaglia proteggono il corpo del loro compagno, e non il proprio, che affidano a loro volta a un altro compagno.

Una community è uno spazio operativo ed emozionale, in cui persone adulte si danno il permesso di lasciare spazio a meccanismi mentali che frequentavano da adolescenti, persone adulte che fanno business insieme come i ragazzini, mettendo in comune, facilitandosi a vicenda, e ponendo la massima attenzione ai percorsi di chi li circonda, contribuendo come possono alla loro realizzazione, fiduciosi che questo porterà un effetto di consolidamento e moltiplicazione del proprio risultato personale.

Massimo Bocca

31/03/2025